lunedì 21 dicembre 2015

"Noi siamo quello che NON mangiamo". Purtroppo o per fortuna?

L'ho citata tante volte ma non ne ho mai spiegato le origini. Eppure è la base dei programmi nutrizionali che elaboro. Perciò vale la pena spendere due parole per definire cos'è. Cos'è cosa? La dieta mediterranea.
La chiacchierata che si è tenuta a Castelli (TE) ieri pomeriggio nell'ambito della manifestazione "Un dolce paese di fiaba" con i Professori Niola e Moro, docenti di Antropologia dell'Università degli Studi Suor Orsola Benincasa di Napoli, me ne dà adesso la gradita occasione. 

Il modello della dieta mediterranea, spiega la Professoressa Elisabetta Moro, venne teorizzato nel Secondo Dopoguerra, quando due scienziati, Ancel Keys e Margaret Haney, sua moglie, osservarono nella popolazione del Sud Italia una ridotta incidenza di malattie cardiovascolari. Questo era possibile grazie ad un ottimo profilo lipidico: colesterolo HDL alto, colesterolo LDL basso. 
Gli scienziati spiegarono questa ottima condizione di salute con l'alimentazione. Le popolazioni del bacino del Mediterraneo erano al riparo dalle malattie cardiovascolari perché si nutrivano di cereali integrali, frutta fresca e secca, ortaggi, legumi, olio extravergine d'oliva; pesce e formaggi in piccole quantità; carne una sola volta a settimana. 
Questo modello alimentare, che nel 1980 è stato denominato dieta mediterranea, rappresenta un vero elisir di lunga vita, che ha permesso per secoli e secoli alle popolazioni del Mediterraneo di vivere a lungo e in salute. Sono stati un esempio dell'efficacia della dieta mediterranea gli stessi coniugi Keys, morti ultracentenari.

Ma al giorno d'oggi quanto seguiamo la dieta mediterranea? La Professoressa Moro fa notare che ci stiamo progressivamente allontanando dai canoni della dieta mediterranea. Mi permetto di far notare che da una indagine sui consumi alimentari condotta dall’Osservatorio Granapadano tra il 2007 e il 2008, emerge che gli Italiani hanno un'aderenza molto scarsa alla dieta mediterranea. Ciò comporta due conseguenze: un aumentato rischio di ammalarci, e dunque uno scadimento della qualità della vita, e, dal punto di vista antropologico, la perdita della tradizione gastronomica. 

Di pari passo, però, interviene il Professor Marino Niola, l'Europa è sempre più preda del salutismo e di regimi dietetici restrittivi che promettono bellezza, forma fisica e salute. Tutti questi nuovi modelli alimentari sono accomunati dalla negazione di qualcosa: senza grassi, senza zuccheri aggiunti, senza glutine, e così via. Oggi "Noi siamo quello che non mangiamo", dice Niola attualizzando Feuerbach. Non è triste? A nostro modo di vedere, sì. Sì perché non consideriamo il cibo come una fonte di piacere e un'occasione di convivialità, come dovrebbe essere. Al contrario, viviamo con l'angoscia delle calorie, vediamo il cibo come una peccaminosa minaccia.

"Il cibo è diventato lo specchio delle nostre inquietudini", osserva Niola, non senza una nota di amarezza. Lo testimoniano quanti in studio mi dicono di soffrire di fame emotiva in periodi di stress, di tensione, quando hanno la sensazione di perdere il controllo della propria vita. Oppure, all'inverso, proprio in questi periodi alcuni si concentrano maggiormente sul cibo che diventa l'unico fattore su cui poter esercitare un controllo rigido e consapevole. Ne origina un ampio spettro di disturbi del comportamento alimentare che vanno dall'obesità all'anoressia nervosa, dalla bulimia nervosa all'ortoressia

Come spiega il Professor Niola, la mania per il cibo riflette la situazione valoriale, identitaria e ideologica che investe i Paesi Occidentali nel ventunesimo secolo. Con la crisi economica, religiosa e sociale che stiamo vivendo, consumati dal consumismo e in cerca di nuovi valori, ci aggrappiamo al cibo come veicolo di salute e bellezza in una società in cui l'estetica è diventata motivo di accettazione sociale e come mezzo per avere regole in una situazione di totale smarrimento. 
"Cosa devo mangiare?" potrebbe perciò voler dire "Chi devo essere?", osservo.

La dieta mediterranea, che - ricordiamolo - significa non privazione ma stile di vita, ci assicura la salute e la forma fisica senza rinunciare allo stare insieme e alla tradizione gastronomica.