mercoledì 16 ottobre 2013

McDonald's, 4 buoni motivi per dire NO al suo panino

Il 16 ottobre è la giornata mondiale dell'Alimentazione. E anche la giornata mondiale anti-McDonald's.

Nello stesso giorno in cui si celebra la giornata mondiale dell'Alimentazione promossa dalla FAO (Organizzazione delle Nazioni Unite per l'alimentazione e l'agricoltura), il sito web McSpotlight indìce la sua giornata mondiale contro McDonald's. 

Una coincidenza di date curiosa, direi volutamente provocatoria, visto che da una parte si puntano i riflettori sul problema della fame nel mondo, dall'altro si boicotta il simbolo dell'abbondanza di cibo. Un contrasto stridente che mira a scuotere le nostre coscienze, a sensibilizzarci ai problemi ambientali e nutrizionali del pianeta e ad un'alimentazione consapevole. 

Per scegliere cosa mangiare consapevolmente, dobbiamo innanzitutto conoscere i quattro motivi per i quali il cibo di McDonald's non è l'ideale per chi è attento alla linea e soprattutto alla salute:

1. E’ cibo spazzatura
Il pasto consumato nei fast food è di bassa qualità e nutrizionalmente inadeguato. Il grafico seguente mostra i valori nutrizionali di un pasto da McDonald’s: troppo carico di grassi saturi, proteine, sale e zuccheri semplici, povero di carboidrati complessi e pressoché privo di fibre. Un cocktail letale sia per la nostra linea sia per la nostra salute. Non sarà un caso se negli USA, dove McDonald’s regna sovrana, c’è uno dei tassi di obesità e malattie cardiovascolari più alti del mondo. 

2. Sfrutta i lavoratori
I dipendenti di McDonald's sono sfruttati, sottopagati e in regime di precariato. Gli straordinari sono perlopiù non retribuiti. I lavoratori sono assunti con contratti precari e l'elevato turnover rende impossibile qualsiasi tentativo di organizzazione in sindacati e di rivendicazione dei diritti. Alla faccia delle pubblicità che mostrano dipendenti felici!

3. Toglie cibo ai poveri
McDonald's vende per la maggior parte prodotti a base di carne, soprattutto rossa. L'allevamento dei capi di bestiame necessita di grandi risorse di cereali e acqua. Considerate che per produrre 200 grammi di carne vengono impiegati quasi 2 chili di cereali. Quanto basterebbe per sfamare 8 bambini dei Paesi sottosviluppati e in via di sviluppo. Se moltiplicate questi dati per il numero di hamburgers venduti ogni giorno da McDonald's, potrebbe essere sfamato un intero continente. 

4. Danneggia l'ambiente
Nei Paesi tropicali e subtropicali intere foreste vengono abbattute per far posto agli allevamenti intensivi del bestiame. Come se non bastasse, gli animali producono anidride carbonica, metano e ossido di azoto, responsabili dell'effetto serra. Mangiando meno carne si potrebbe ridurre del 25 % l'emissione di gas tossici.

Are you still lovin' it?

martedì 15 ottobre 2013

motivAzione | Come ho scoperto il colloquio motivazionale. Storia di una Dietista neolaureata

Il colloquio motivazionale non te lo insegnano all’ Università … Né tanto meno ti insegnano a comunicare con il paziente.

Più volte negli articoli precedenti ho citato il colloquio motivazionale come strumento per aumentare la motivazione alla dieta. Probabilmente non saprai cos’ è il colloquio motivazionale - e non te ne faccio di certo una colpa! - perché di norma non è un metodo utilizzato dai professionisti della Nutrizione “vecchio stampo”.

Persino per me (non che io sia onnisciente, parlo semplicemente in qualità di addetta ai lavori) è stata una scoperta … Perché il colloquio motivazionale non te lo insegnano all’ Università … Né tanto meno ti insegnano a comunicare con il paziente. Un vero peccato.

Per spiegarti in cosa consiste il colloquio motivazionale ti racconto come mi sono avvicinata a questo metodo.
Qualche mese dopo la Laurea, nel novembre 2010, ho iniziato l’attività libero professionale cominciando a ricevere i primi pazienti. In alcuni casi andava bene nel senso che il paziente seguiva la dieta e raggiungeva gli obiettivi. Altre volte andava meno bene: il paziente tornava visibilmente demoralizzato. Dopo aver fatto le modifiche del caso alla dieta la situazione non migliorava, non c’erano risultati e il paziente finiva per mollare.

Perché non c’erano risultati? Non perché la dieta non fosse ben fatta. I calcoli erano tutti a posto, in virtù di quel sapere accademico che ti insegna a conteggiare le calorie al secondo numero decimale, ma non a comunicare. 
Molto più semplicemente non ci muovevamo nella direzione degli obiettivi prefissati perché il paziente, incontrando delle difficoltà che gli impedivano di seguire la dieta, aveva timore di confessarlo.

Allora ho cominciato a pensare: “Posso fare qualcosa in più per il mio paziente? Come posso incoraggiarlo ad esplorare il suo problema? Posso fare qualcosa per aumentare la sua motivazione?”. Ho trovato risposta a queste domande quando su Internet mi sono imbattuta nei corsi di Programmazione Neuro Linguistica e Counseling nutrizionale.

Non ci crederai ma erano esattamente quello che stavo cercando! Mi serviva imparare a comunicare, instaurare una relazione di fiducia reciproca con il paziente e aumentarne la motivazione. Dal settembre 2012 ad oggi sono quotidianamente impegnata nello studiare, approfondire e mettere in pratica l’approccio motivazionale.

Posso darti a questo punto una definizione più tecnica: il colloquio motivazionale è un metodo centrato sul cliente per aumentarne la motivazione intrinseca al cambiamento attraverso l’esplorazione e la risoluzione dell’ambivalenza.

Il colloquio motivazionale NON E’ psicoterapia, non scava nel passato, non si occupa dei disturbi psichici, non si propone di modificare la personalità. Il colloquio motivazionale NON E’ nemmeno, come qualcuno che cercava di screditarmi mi ha detto, un metodo che serve ai neolaureati che non hanno esperienza ma che non serve ai più esperti. Tutti coloro che operano nel campo della salute dovrebbero possedere queste capacità, che siano neolaureati o che siano agli sgoccioli per la pensione.

Il colloquio motivazionale è un modo di essere e di comunicare per aiutare la persona che vuole cambiare. Nell’ ambito della salute, utilizzando il colloquio motivazionale il professionista è in grado di far emergere la motivazione al cambiamento del comportamento problematico. Io, in qualità di Dietista, adopero l’approccio motivazionale per favorire la modifica delle abitudini alimentari in modo che il paziente raggiunga gli obiettivi di peso e salute.

Da quello che ho detto sembra che il professionista abbia il merito delle riuscita del cambiamento. In realtà il merito è tutto del paziente ed è questo il bello! Mi piace citare una mia paziente, secondo la quale il colloquio motivazionale è “un approccio interiorizzato”. Sì perché è finalizzato alla ricerca delle risorse che il paziente stesso può reperire dentro di sé.

Per concludere, faccio un parallelo tra il metodo confrontazionale e prescrittivo che usavo ad inizio carriera e quello motivazionale che utilizzo adesso.
Una delle mie prime pazienti è stata una signora con obesità di seconda classe. Ogni volta ai controlli aveva solo mezzo chilo in meno, a fronte di una perdita di peso stimata di 3-4 kg al mese. Alla fine si scoraggiò e decise di lasciar perdere la dieta. Questa signora ha ricominciato il percorso qualche mese fa. Stavolta ho utilizzato il colloquio motivazionale, stavolta ha perso 15 kg in 5 mesi. E mi ha detto: “Ora capisco perché prima non perdevo peso! Avevo delle crisi bulimiche”.

"Qui vedo oggi un'aula piena di studenti di Medicina. Non lasciatevi anestetizzare, non lasciatevi intorpidire di fronte al miracolo della vita. Vivete sempre con stupore il glorioso meccanismo del corpo umano. Questo deve essere il fulcro dei vostri studi e non la caccia ai voti, che non vi daranno alcuna idea di che tipo di medico potrete diventare. E non aspettate di essere in corsia per acquistare la vostra umanità, sviluppate subito la CAPACITA' DI COMUNICARE." 

(dal film Patch Adams)

giovedì 10 ottobre 2013

10 ottobre, la giornata dell'obesità. Anche le parole hanno un peso

Oggi, 10 ottobre, è la giornata dell'obesità. In tutta Italia molti presidi ospedalieri e servizi di Nutrizione hanno aperto le porte degli ambulatori gratuitamente. Si possono così fare delle visite a costo zero per valutare la propria condizione di salute, sapere quale dovrebbe essere il proprio peso corretto e come mangiare per perdere peso.

Non è in questo articolo che mi soffermerò sui rischi dell'obesità per la salute e sulle sue complicanze. Vorrei piuttosto soffermarmi sulla condizione psicologica di chi ha molti chili di troppo e fare due considerazioni.

Le persone in sovrappeso spesso sanno quale dovrebbe essere il loro peso e sono perfettamente consapevoli che il loro comportamento alimentare mette a repentaglio la loro salute.
Semplicemente non riescono a dimagrire perché non si sentono in grado di farlo. 
Ci hanno provato più e più volte, con mille diete, ma alla fine ogni tentativo è andato male.

Dove sta lo sbaglio?
Lo sbaglio lo facciamo noi professionisti che pensiamo che la dieta e l'attività fisica siano l'unica soluzione.
Lo sbaglio è ridurre il problema dell'obesità a una mera ingordigia, alla golosità del paziente.
Lo sbaglio è non tenere conto delle implicazioni psicologiche.

Qual è l'approccio migliore?
Necessario sì rivedere lo stile alimentare ma non è l'unica soluzione. Umiliazione, sofferenza, depressione, isolamento sociale sono all'origine di abbuffate. L'abbuffata genera emozioni negative di fallimento che a loro volta si cerca di lenire con una nuova abbuffata. Se non trattiamo anche i sentimenti che innescano e mantengono il comportamento alimentare problematico, ogni tentativo sarà destinato a fallire. Purtroppo.

Per esprimere meglio il concetto cito lo psicoterapeuta Giovanni Porta:
«Il primo passo per rompere questo circolo vizioso è aiutare la persona obesa a entrare in contatto con le proprie emozioni e sensazioni, e aiutarla a riscoprire che la soddisfazione dei suoi bisogni non passa necessariamente attraverso il cibo. - continua Giovanni Porta - Le emozioni sono come le spie che si accendono sul cruscotto dell'auto mentre stiamo guidando, e ognuna di esse indica una necessità. Prendiamo ad esempio la tristezza, sotto la quale si nasconde la mancanza di qualcosa che per noi è importante. Se mi sento triste perché ho voglia di parlare con un amico e condividere i miei vissuti, l'unica cosa che mi farà smettere di essere triste è parlare con un amico. 
Se affronto la situazione mangiando (cosa che lì per lì sembra calmare il mio stato emotivo) ben presto la sensazione di piacere si esaurirà, e mi ritroverò ugualmente triste, e avrò anche acquisito peso, cosa deleteria per la mia autostima. 
Imparare a riconoscere e soddisfare le proprie esigenze emotive ed affettive è un prerequisito importante per mantenere elevato il livello di motivazione necessario a conseguire il dimagrimento. 
Sostenere una persona con bassa autostima significa aiutarla a compiere le azioni che ritiene buone per sé: nel caso dell'obeso, dimagrire. Man mano che la persona acquista un senso di auto-efficacia, che cioè inizia a veder ripagati i propri sforzi, sarà sempre meno difficoltoso mantenersi motivata, e lo stesso processo virtuoso potrà essere esportato ad altri ambiti della propria vita, tanto da effettuare finalmente quelle conquiste socio-relazionali da tanto tempo sognate». (da http://www.primadanoi.it/news/salute/543516/10-ottobre---Obesity-day.html)

La seconda considerazione è: perché chiamarla "giornata dell'obesità"?
A mio avviso sarebbe stato meglio parlare di "giornata del peso ideale". Questo per due motivi:
1. affinché l'obiettivo sia formulato correttamente e che ci sentiamo in grado di raggiungerlo, è necessario che l'obiettivo sia espresso in positivo per generare ottimismo. L'obiettivo potrebbe essere quello di raggiungere il peso ideale, non di rimanere obesi.
2. Parlare di obesità genera uno stigma. Le persone obese sono reticenti a definirsi tali per paura di essere stigmatizzate, inserite in una categoria da deplorare, disprezzare, evitare. A nessuno piace essere definito obeso.

Per me il 10 ottobre è la "giornata del peso ideale".

Anche le parole hanno un peso.

lunedì 7 ottobre 2013

motivAzione | Aumenta la motivazione alla dieta in 4 passi

La maggior parte dei pazienti che si recano in uno studio di nutrizione per un problema di peso o di salute è intenzionata a raggiungere l’obiettivo. Qualcuno più, qualcuno meno.

Alcuni pazienti si dicono molto motivati e pronti ad accettare qualsiasi prescrizione. Altri vorrebbero cambiare ma con qualche incertezza. Altri ancora sono stati mandati dal loro medico che seccamente ha sentenziato “Deve dimagrire” e a ben vedere non sono ancora pronti per il cambiamento.

Come è normale che sia, la motivazione non è uguale in tutti all’inizio. E nemmeno durante il percorso. La motivazione non è bianco o nero, voglio o non voglio. Piuttosto immaginate la motivazione come un arcobaleno in cui ci sono 7 colori ma un’infinità di sfumature.

Occorre quindi che per raggiungere gli obiettivi diamo nuova linfa alla motivazione, in 4 mosse.

Innanzitutto dobbiamo individuare i fattori che possono influenzare la motivazione. Focalizziamoci in particolare su: la fiducia nel professionista, la disponibilità al cambiamento, la percezione dei lati negativi e dei lati positivi del cambiamento, il grado di fiducia nel cambiamento.

Puoi aumentare la tua motivazione dando risposta a queste 4 domande:
  1. “Mi sento pronto a cambiare in questo momento?”: può anche essere che la risposta sia no, non mi sento pronto. In questo caso meglio non forzare la mano, se non ti senti pronto non iniziare il percorso. In questo caso puoi chiedere informazioni riguardo la tua situazione, come per esempio gli eventuali effetti del comportamento problematico sulla tua salute. L’aumento della consapevolezza riguardo alla tua situazione favorirà il processo decisionale.
  2. “Mi ritengo in grado di cambiare?”: quanto pensi di essere in grado di cambiare? Se dovessi dare un voto da 1 a 10 la tua probabilità di successo sarebbe … ? Per aumentare le possibilità di riuscita può esserti utile pensare a persone nella tua situazione che ce l’hanno fatta, riflettere su quella volta che ce l’hai fatta, porti un obiettivo che ti senti di poter raggiungere. Tutto questo aumenterà il tuo senso di autoefficacia.
  3. “E’ il professionista che fa per me?”: non stiamo discutendo della competenza tecnica del professionista ma sulle abilità relazionali. Prova a capire se il metodo del professionista è quello giusto per te, per aumentare la tua motivazione. Il Dietista motivante ha 4 qualità che puoi leggere qui: http://nutritibenevivimeglio.blogspot.it/2013/09/motivazione-scegliere-un-dietista.html. Prima di iniziare il percorso fa’ tutte le domande che vuoi riguardo al modo con cui si può realizzare il cambiamento e le possibilità di riuscita. Puoi anche chiedere di raccontarti storie di pazienti (ovviamente senza fare nomi e nel rispetto della normativa sulla privacy) sulla tua stessa barca che sono riusciti a cambiare con successo. Se ti ha convinto procedi pure.
  4. “Vorrei tanto dimagrire ma mi sembra così difficile!”: è la tipica frase della persona che del cambiamento ritiene più pesanti i lati negativi che quelli positivi. Non posso negare che il cambiamento di un’abitudine comporti degli indubbi benefici ma anche dei costi. Prima di lanciarti in una nuova dieta puoi fare questo esercizio: mettiti a tavolino, prendi un foglio bianco e scrivi tutti i lati positivi e tutti i lati negativi del cambiamento che ti vengono in mente. Mettere tutto per iscritto ti aiuterà ad avere un quadro più chiaro della situazione e del da farsi. Si tratta di una fase particolarmente importante per far emergere la tua motivazione al cambiamento.
Ricapitolando: sii disponibile al cambiamento, ottimista riguardo il buon esito del tentativo e abbi fiducia nel professionista. E soprattutto esplora tutti gli aspetti del cambiamento, positivi e negativi.

lunedì 30 settembre 2013

motivAzione | Perché scegliere un Dietista motivante

Cari lettori, nell’ultimo articolo ho trattato i tre requisiti che i pazienti devono avere per prepararsi al cambiamento nel migliore dei modi. Se ti stai chiedendo “Va bene, io sono pronto a cambiare ma chi mi aiuta?”, in questo articolo troverai la risposta.

La strada per il cambiamento delle abitudini alimentari, per alcuni, può essere impervia e irta di ostacoli. Se non sei affiancato da un professionista motivante, rischi di perdere la bussola e di scoraggiarti alle prime difficoltà.

Per farti capire meglio, immagina una donna che per una dieta si è rivolta ad un professionista “poco empatico” e che torna alla visita di controllo. Ecco cosa potrebbe succedere:

Paziente: “Ho delle difficoltà a seguire la dieta che Lei mi ha dato. Mi capita di mangiare la sera davanti alla tv. Penso sia per questo che questo salvagente intorno alla vita non riesco proprio a togliermelo di dosso. E, non vedendo risultati, mi sto demotivando”.

Professionista: “Deve seguire la dieta così com’è. Fino a quando la sua aderenza alla dieta non sarà perfetta, Lei rimarrà obesa.”

La paziente potrà pensare:
  •  “Io non sono obesa!” (negazione)
  • “Ho provato a fare così ma non è facile come dici tu!” (ostilità)
  • “Ma questo proprio non capisce!” (frustrazione)
  • “Dopo tutte le diete che ho fatto, ecco un altro buco nell’acqua … ” (senso di fallimento).
La paziente ha esposto il suo problema (“Mangio la sera davanti alla tv”) che però non è stato risolto. La risposta lapidaria del professionista ha condizionato negativamente la signora. La relazione d’aiuto continuerà con altre visite o si interromperà qui? Secondo me, la probabilità che la signora continui la dieta è molto bassa.

E' importante scegliere un professionista della Nutrizione capace di motivarti per riuscire a centrare gli obiettivi di peso e di salute.
Quali sono le caratteristiche del Nutrizionista/Dietista supportivo?

1.    Ha spirito di collaborazione:
il professionista motivante non è autoritario, non impone, non prescrive. Allo stesso modo non impone al paziente obiettivi che non condivide. Il professionista motivante collabora con il paziente instaurando con lui una relazione alla pari.

2.    Ascolta in modo empatico e riflessivo:
 se il professionista lo ascolta, il paziente ha modo di parlare della sua situazione. Pensate alla differenza tra il metodo dei sofisti e quello di Socrate: i sofisti utilizzavano l’arte della persuasione e il monologo, Socrate utilizzava il dialogo per aiutare l’interlocutore a proseguire la ricerca e partorire nuove soluzioni. Il Dietista motivante deve essere come Socrate. Con l’ascolto empatico e riflessivo e il metodo dialogico potrai trovare le tue risorse nella direzione del cambiamento.

3.    Lascia al paziente la sua autonomia:
il merito del cambiamento è del paziente. È il paziente che cerca le soluzioni per realizzare il cambiamento e le strategie per risolvere una criticità. Questo non vuol dire che il professionista non debba offrire le sue competenze! Il professionista può esporre il suo punto di vista e proporre soluzioni che sono state valide per altri. Ma il paziente è libero di accettare l’indicazione o di non accettarla e soprattutto è il paziente che espone le sue soluzioni, che è responsabile di quello che accade o non accade. Attribuire il successo ai propri meriti migliora l’autoefficacia e di conseguenza la probabilità di centrare gli obiettivi.

4.    Non giudica:
affinché il paziente possa parlare liberamente, è necessario che il professionista non lo giudichi. Un professionista giudicante cade in quella che Miller e Rollnick chiamano la “trappola dell’etichettatura”: il paziente, che viene relegato in una precisa categoria diagnostica, si sente isolato e quasi stigmatizzato. In molti casi il giudizio del professionista indebolisce la motivazione e aumenta la resistenza al cambiamento. Occorre invece che il professionista della Nutrizione non giudichi chi si trova di fronte e fornisca le sue competenze in modo rispettoso e supportivo.

Scegliere un Nutrizionista o un Dietista con queste quattro qualità può essere determinante per il buon esito del tentativo. E magari non sarà un altro buco nell’acqua.

sabato 28 settembre 2013

Sai cosa mangi? Ce lo dice la Dott.ssa Alleva con la sua "Guida alla lettura dell'etichetta alimentare"

Ieri sera, venerdì 27 settembre, sono stata a San Benedetto del Tronto per ascoltare la relazione della Dott.ssa Renata Alleva intitolata “Cosa mangio? Guida alla lettura dell’etichetta alimentare”. La Dott.ssa è una Nutrizionista che ho avuto il piacere di ascoltare già in un altro intervento e, visto che il campo della nutrizione è vastissimo e devo e voglio tenermi costantemente aggiornata, sono tornata volentieri a sentire la sua guida alla lettura dell’etichetta alimentare.

L’articolo che segue contiene un sunto delle informazioni spiegate dalla Dott.ssa Alleva che ho rielaborato e integrato con le mie conoscenze.

Ma prima di tutto diamo una definizione di “etichetta alimentare”: è l’insieme delle informazioni relative ad un prodotto alimentare ovvero luogo di produzione e produttore, data di scadenza, modalità di conservazione e di utilizzo, quantità.

Soprattutto, oltre a queste informazioni tecniche, l’etichetta alimentare ci permette di conoscere gli ingredienti e i valori nutrizionali. Per esempio ci consente di scegliere il prodotto più adatto al nostro stato nutrizionale e di salute, evitare un ingrediente particolare e valutare il migliore rapporto qualità-prezzo. L’etichetta alimentare è quindi uno strumento preziosissimo … Basta saperla leggere!

Fosse facile … ! Tra scritte minuscole, caratteri di difficile comprensione e diciture ingannevoli può essere difficile riconoscere un prodotto buono da uno scadente.

In particolare cosa controllare nell’etichetta alimentare?
- Il primo ingrediente
- Il numero degli ingredienti
- Quantità e tipo di grassi e di zuccheri
- Quantità di sale
- Presenza di additivi.

Il primo ingrediente
Poniamo il caso che vogliamo comprare una crema a base di nocciole. Se il prodotto è di buona qualità le nocciole dovranno comparire come primo ingrediente (il primo ingrediente è quello presente in maggiore percentuale). Nel caso, per esempio, della Nutella, le nocciole vengono indicate come terzo ingrediente, precedute da zuccheri e olio vegetale. Solo il 13 % di nocciole e ben il 50 % di zucchero. Pochino il 13% di nocciole per una crema alle nocciole, non credi?

Il numero degli ingredienti
Più la lista degli ingredienti è lunga, più corriamo il rischio che l’alimento sia stato a lungo processato e che contenga ingredienti non proprio genuini.
Facciamo l’esempio degli additivi. Ce ne sono moltissimi tipi: conservanti, emulsionanti, antiossidanti, addensanti e gelificanti, stabilizzanti, antiagglomeranti, acidificanti, edulcoranti (saccarina, aspartame, sorbitolo, xilitolo, mannitolo, ecc.), coloranti. Appartengono agli additivi anche gli esaltatori di sapidità che rinforzano il sapore: ne è un esempio il glutammato monosodico, responsabile di un aumentato rischio di cancro allo stomaco e della cosiddetta “sindrome da ristorante cinese".
Gli additivi sono preceduti dalla lettera E: più sono le E presenti, più l’alimento sarà di bassa qualità.

Poi ci sono gli aromi. Dobbiamo distinguere quelli naturali da quelli artificiali! La semplice dicitura "aromi" denota gli aromi prodotti in laboratorio. Quando leggete per esempio “caramella al gusto di fragola”, quella caramella non ha fragole ma solo aromi … E bisognerebbe controllare se si tratta di aromi naturali o di sintesi. Quando invece leggiamo “caramella alla fragola”, questa caramella contiene fragole.
Gli aromi naturali, a differenza di quelli artificiali, non sono tossici.

Quantità e tipo di grassi e di zuccheri
Sapete cosa si cela dietro la dicitura “oli vegetali”? Molto spesso i dannosissimi olio di palma e olio di palmisti. Oppure l’ultimo ritrovato dell'industria alimentare, l’olestra. Si tratta di un olio prodotto in laboratorio che non viene digerito dall’intestino umano e alla lunga potrebbe causare carenza di vitamine liposolubili. L’olestra si trova nelle patatine “Pringles”.

Per il momento le aziende alimentari non sono obbligate a dichiarare che tipo di olio vegetale utilizzano, se si tratta per esempio di olio di girasole o di un olio tropicale… E il più delle volte si tratta proprio di olio di palma o di palmisti! Questi ultimi sono ricchi di acidi grassi saturi che aumentano il colesterolo LDL (“cattivo”) e abbassano quello HDL (“buono”). Per fortuna dal dicembre 2014 le aziende saranno obbligate a sostituire la dicitura “grassi/oli vegetali” con la tipologia esatta.

Per quanto riguarda invece gli zuccheri, ce ne sono di tantissimi tipi: sappiamo ormai da tempo che purtroppo lo zucchero non è solo il saccarosio, ovvero lo zucchero da cucina. Si sono aggiunti succo d’uva, fruttosio, sciroppi di glucosio e di fruttosio, sciroppo di glucosio da mais, saccarina, aspartame, per citarne solo alcuni. Più aumenta il consumo di prodotti industriali confezionati, più aumenta la quantità che assumiamo di questi ingredienti. Con brutte ripercussioni non solo sul rischio di diabete e ridotta tolleranza ai glicidi ma anche sul rischio di cancro all’utero che si è visto essere correlato all’elevato consumo di snack zuccherati.

Come fare allora per orientarsi in questa giungla?
Proviamo a ridurre il consumo di alimenti industriali: quando un prodotto ce lo facciamo in casa, sappiamo le materie prime che utilizziamo e di sicuro ci evitiamo l'olio di palma e una lista infinita di additivi.
Mangiando nelle giuste quantità ci evitiamo l'accumulo di ingredienti scadenti. Se poi utilizziamo prodotti locali a km 0, freschi e preferibilmente biologici evitiamo che i prodotti siano trattati con dosi massicce di conservanti e pesticidi. Riducendo le sostanze inquinanti facciamo bene anche all'ambiente.

Per essere quindi consumatori consapevoli, occorre cogliere almeno le informazioni principali dell’etichetta alimentare. Spero che con queste informazioni l’etichetta alimentare sia un po’ meno indecifrabile e che possiate salvaguardare la vostra salute soprattutto a partire da una buona spesa.

Ringrazio la Dott.ssa Alleva che ha acconsentito a che io divulgassi queste notizie al di fuori del suo già ampio pubblico di ieri sera.

Arrivederci al prossimo articolo di “motivAzione”. Lunedì 30 vedremo come “Scegliere un professionista motivante”.

mercoledì 25 settembre 2013

Intolleranze alimentari: bufala o verità?

Cari lettori, oggi vi parlo dell'enorme calderone delle intolleranze alimentari. Non so se vi siete sottoposti mai a questi test o avete mai avuto occasione di leggerne il referto. 
L'espressione più usata dai pazienti cui è stata "diagnosticata" un'intolleranza è: "Questo non lo posso mangiare. Questo nemmeno. Questo no, nemmeno quest'altro. Faccio prima a dire cosa posso mangiare!"
Cerchiamo di vederci più chiaro. Vedremo quali possono essere e come si possono manifestare. Alla fine troverete il parere di due esperti e le mie considerazioni personali. 

Davvero chi ha delle intolleranze deve privarsi di molto, quasi di tutto?

Le intolleranze alimentari possono avere tre diverse origini:
• enzimatica: questa forma di intolleranza è dovuta alla carenza di un enzima specifico. In assenza dell’enzima, l’alimento non può essere digerito e quindi assorbito nell’intestino. Il mancato assorbimento causa fermentazione e diarrea.

Intolleranza al lattosio
E' la forma più comune di intolleranza. Il lattosio è lo zucchero del latte ed è formato da una molecola di glucosio e una di galattosio. Il legame tra le due molecole deve essere rotto dall’enzima lattasi che ha la funzione di liberare i due monosaccaridi che potranno così essere assorbiti. Se l’enzima non c’è, il lattosio arriva intatto nell’intestino e viene fermentato provocando gonfiore, dolore da distensione gassosa e diarrea. Si può diagnosticare SOLO con test del respiro.
In Italia ben il 40 % della popolazione è intollerante al lattosio ed è più frequente al Sud rispetto al Nord con picchi nella provincia di Napoli.

Intolleranze ai dolcificanti: sorbitolo, mannitolo, xilitolo
Sorbitolo, mannitolo e xilitolo appartengono alla famiglia degli alcoli; il loro metabolismo non necessita di insulina per cui il loro consumo è indicato per i diabetici. Occhio alla quantità però! Oltre una certa soglia possono non essere tollerati e avere un effetto lassativo con flatulenza, gonfiore, crampi addominali e diarrea.

Intolleranza al trealosio
Il trealosio è lo zucchero dei funghi, abbondante in modo particolare nel fungo porcino. È in aumento il numero di persone che, dopo aver consumato funghi crudi, manifesta un’intolleranza al trealosio. Non si tratta di una malattia da avvelenamento, che sarebbe dovuta alle tossine presenti nei funghi, ma di una reazione di ipersensibilità. Essa si manifesta con dolori addominali, diarrea e vomito. In questo caso non è necessario eliminare i funghi dall’alimentazione. Il trealosio si degrada alle alte temperature, perciò questa intolleranza si può risolvere semplicemente consumando funghi ben cotti.

Intolleranza al fruttosio
Il fruttosio è lo zucchero della frutta e del miele. Parliamo di intolleranza al fruttosio quando c’è un deficit su base ereditaria dell’enzima aldolasi B. In Occidente è un disordine molto raro perché ne è affetta una persona su 20000. Gli intolleranti al fruttosio possono avere problemi renali ed epatici e crisi ipoglicemiche (cali di zucchero). 
Oltre che al fruttosio assunto come tale, gli intolleranti devono fare attenzione anche agli altri zuccheri che a livello intestinale vengono convertiti in fruttosio, vale a dire: saccarosio, sorbitolo, sciroppo di glucosio, mannitolo, mannosio, maltitolo, xilitolo, eritritolo. Perciò no a fruttosio in bustina, frutta, dolciumi, succhi di frutta e di molte verdure.

• farmacologica: le intolleranze farmacologiche si manifestano in soggetti che hanno una reattività particolare a determinate molecole che costituiscono i cibi o verso additivi, cioè sostanze aggiunte ai cibi per esaltarne le caratteristiche fisiche o il sapore o aumentarne il tempo di conservazione. Per esempio alcune persone hanno una certa sensibilità verso istamina, tiramina, feniletamina, caffeina, miristicina, capsaicina, alcol etilico, alcuni additivi tra cui glutammati, solfiti, nitrati e nitriti.

• non nota: l’unico caso è la celiachia. La celiachia è una malattia dell’intestino causata da un’aumentata reattività dell’organismo al glutine, una proteina che costituisce alcuni cereali. È una forma molto comune, pensate che in Italia colpisce una persona ogni 200 abitanti! È più diffusa nell’America Settentrionale e in alcuni Paesi europei, mentre è quasi assente in Africa e in Asia. Questa diversa distribuzione geografica si può spiegare con il fatto che l’Occidente consuma un tipo di frumento più ricco di glutine.

Per quanto riguarda i test per le intolleranze alimentari vi riporto i pareri degli esperti in materia:

"Stanno sempre più dilagando test approssimativi, fantasiosi, magici e di moda che non hanno alcun fondamento scientifico e che pertanto, pur essendo molto diffusi, non sono approvati dalle Società di Allergologia, o dalla Federazione degli Ordini dei Medici, e mietono sempre maggior numero di incaute vittime. Queste metodologie sono sempre inefficaci, ma in alcuni casi possono anche essere non sufficientemente sicure e persino dannose, in quanto possono ritardare una diagnosi corretta e quindi l'applicazione dei provvedimenti terapeutici più idonei. Con questi test spesso si evidenziano delle presunte allergie o intolleranze a molteplici alimenti e sulla base dei risultati vengono prescritte diete approssimative, talora prive del necessario apporto calorico e/o vitaminico. Per la loro scarsa affidabilità non hanno infatti superato i controlli a cui sono stati sottoposti. Rientrano in queste metodiche il test leucocitotossico, i test di provocazione / neutralizzazione, il test DRIA, i test di elettroagopuntura (VEGA, SARM, ecc), la kinesiologia applicata, la biorisonanza, l'analisi del capello."

(INRAN, Ministero delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali)

"Per le intolleranze alimentari non sono disponibili test attendibili. I cosiddetti test "alternativi":
Kinesiologia applicata (DRIA test e simili), Test di citotossicità (Cytotoxic test o test di Bryan o ALCAT, ecc.), Test EAV (elettroagopuntura secondo Voll, Vega test, Sarm test, Biostrength test e loro varianti), Test di provocazione/neutralizzazione, Test di provocazione/ neutralizzazione sublinguale, Biorisonanza, Analisi del capello, Pulse test, Test del riflesso cardiaco-auricolare, Test Melisa, Mineralogramma, Iridologia, test Bioenergetico dei Virus e Batteri e simili non sono attendibili in quanto non sono in grado di individuare agenti causali di presunte "intolleranze alimentari", sono privi di validazione scientifica e non sono riproducibili. Inutile e scientificamente infondata è anche la ricerca di anticorpi della classe IgG specifici per alimenti.
I test citati […] oltre a non fornire informazioni utili dal punto di vista sanitario, sono costosi e possono indurre a diete inutili o dannose."

(Professor Guido Marcer, responsabile del servizio di Allergologia del dipartimento di Medicina ambientale e sanità pubblica - Medicina del lavoro dell'università di Padova)

Il mio consiglio è quindi di rivolgervi prima al vostro medico di medicina generale per un'anamnesi accurata. Se è il caso, sarete successivamente inviati ad un'unità di Allergologia di un Presidio Ospedaliero per sottoporvi a dei test, quelli validati e scientifici però! State in guardia dai test che si eseguono in ambulatori privati e farmacie. O correrete il rischio di:
- spendere molti soldini per avere risultati fasulli;
- fare diete molto restrittive che potrebbero causarvi carenze;
- non risolvere i vostri problemi di peso che di potrebbero aver poco a che fare con una probabile intolleranza. Le intolleranze non causano aumento di peso.
Quindi la risposta alla mia domanda iniziale "Davvero chi ha delle intolleranze deve privarsi di molto, quasi di tutto?" è: verifichiamo se l'intolleranza esiste davvero con test seri e regoliamoci di conseguenza. La maggior parte di coloro che risultano positivi a un test di intolleranza di quelli che vanno tanto di moda sta meglio e riesce a perdere peso semplicemente con un'alimentazione equilibrata. 
A riprova del fatto che per essere in salute basta una sana alimentazione.